cronaca/italia

Odio liquido

Carlo Bonini, ACAB

Il 27 gennaio esce ACAB, film tratto dall’omonimo libro di Carlo Bonini (qui i primi minuti del film). Comprai e lessi il libro appena uscito. Per me, che non frequento gli stadi, fu una sorta di “bagno di realtà”, se mi passate l’espressione banale. La quantità di odio e violenza che circola ogni domenica fa spavento. Sui giornali arriva solo a tratti, quando c’è un incidente grave, un morto. Gli stadi sono il catalizzatore, ma poi le stesse persone, lo stesso odio, è pronto a esplodere in altri episodi di guerriglia. A Pianura, in Val di Susa, a Torino contro i campi rom. ACAB racconta quest’odio visto dai caschi dei reparti mobili della polizia, i “celerini”. Quelli chiamati in prima linea a garantire l’ordine pubblico. O, almeno, a limitare i danni, quando è chiaro che di ordine non ce ne può essere.

Scontri con la polizia

Non c’è alcuna voglia di assoluzione, rispetto alla violenza gratuita che anche le forze di polizia sono state in grado di adoperare. Ma leggere delle vite di queste persone, che si scontrano per lavoro con il peggio che la nostra società possa offrire, qualche domanda me la fa porre. Sarei migliore, io? Ripeto, nessuna giustificazione per quello che è successo a Genova, per le violenze a freddo, a tradimento, per le torture in cella. Ma cosa vuol dire trovarsi solo, isolato dalla propria squadra, quando un gruppo di ultras vuole ammazzarti?

«Si era messo a gridare come un ossesso. Aveva picchiato con i pugni e con il suo Gl40 scarico contro quei maledetti cancelli, fino a far grondare di sangue le nocche, a non sentire piú gli avambracci, i gomiti, implorando di aprire. Di non lasciare che li facessero a pezzi con quelle maledette baionette, o magari a colpi di bottiglia, mattoni, tirapugni di ferro e coltelli a serramanico, che ora vedeva distintamente nelle mani degli incappucciati che li avevano circondati, facendo roteare le fibbie delle cinture come frombolieri impazziti. Quando finalmente il cancello si era aperto, si era lasciato cadere sull’asfalto. Aveva vomitato. Aveva pianto».

Alcuni poliziotti, di fronte a tutta questa violenza, si fanno contagiare. Il libro racconta questo contagio, di come sconvolge le vite dei singoli. Di come sulla polizia ricada la responsabilità di affrontare e contenere queste esplosioni e di come sia lasciata sola.

Se da un lato è sconvolgente pensare quanto è esteso il contagio, è altrettanto sconvolgente immaginare che questa violenza si possa semplicemente isolare in una parte della nostra società. Senza farci, prima o poi, i conti.

Update 28 gennaio: Carlo Bonini e Pierfrancesco Favino, autore del libro e interprete del film, hanno condotto su Radio 2 delle brevi strisce (circa 6 minuti) negli ultimi giorni prima dell’uscita del film. Qui trovate i podcast. Sotto il link alla puntata del 18 gennaio.

Solitudine 1

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3 thoughts on “Odio liquido

  1. Il punto e’ che i poliziotti dentro e fuori gli stadi non dovrebbero starci, nel senso che la sicurezza deve essere pagata e gestita dalle societa’ di calcio. Penso che a quel punto vedremo diminuire di molto scontri in curva e fuori, quando i bilanci delle squadre devono contabilizzare l’ uso di “contractors” (leggi mercenari).
    Io non ho un atteggiamento cosi’ condiscendente con le forze dell’ ordine e penso che in Italia sia molto difficile per un cittadino difendersi da abusi della polizia, che rimane ancora spesso concepita come uno strumento di repressione e non prevenzione. L’ uso della squadra celere -o reparti mobili- e’ ormai una costante pure dove con un po’ di inteligenza si potrebbe evitare.

    Comunque appena esce in formato elettronico il libro me lo compro…. Viuleenzaaa!!

    • Che si spendano tanti soldi pubblici per tenere a bada gli ultras la domenica, disturba anche me. Eppure non posso escludere che si troverebbero altre valvole di sfogo.
      Da qualche anno a questa parte (ovvero dopo Napoli e Genova nel 2001), non ho visto episodi di ordine pubblico in cui la polizia potesse essere accusata di violenza gratuita, almeno che io ricordi. Almeno in Italia direi, poi abbiamo visto tutti la polizia a Davis spruzzare spray al peperoncino sugli studenti seduti a terra (e abbiamo immaginato un atteggiamento del genere in un contesto italiano).
      Gestire gli eventi non è semplice, e infatti è ancora argomento di studio. Ora sulla mia scrivania c’è un articolo di una rivista scientifica “Keeping the Peace — Police Behaviour at a Mass Event” in cui si analizzano i comportamenti di tifosi e polizia nella Coppa del Mondo 2006 in Germania. È uscito questo mese, e non è di certo l’unico.

      Comunque l’ebook è già uscito.

      • I recenti fatti in Val di Susa non sono stati un esempio di gestione democratica. Potremo dibattere a lungo e temo che entrambi abbiamo pregiudiziali diverse sulla polizia e sul suo ruolo. Io parto qui da una prospettiva di uno che paga le tasse: io i soldi delle tasse li voglio spesi in modo diverso e penso che, soprattutto in Italia, la polizia possa essere impieagata su altri fronti. E’ vero che ci sono persone che, per cause naturali o sociali, amano la violenza ed amano esercitarla in gruppo (sia esso tifoseria, gruppo politico, etc..), ma l’ uso della mobile e’ la soluzione estrema e non deve diventare la norma. Credo che, in Italia in particolare, le persone reagiscono se toccate al portafoglio e non pestate con il manganello. Ci sono vari strumenti per mettere al lastrico chi fa casino allo stadio…nel momento in cui si vedranno pignorata la casa e la macchina per pagare le spese di pubblica sicurezza, vedrai che troveranno di meglio da fare. Se tu chiami i Vigili del Fuoco a casa tua, ti viene addebitata la chiamata nel caso l’ incidente o il problema sia stato causato dalla tua negligenza.

        Gli ultras allo stadio manco si devono avvicinare (il fermo di polizia e’ di gran lunga piu economico che non mandare gli agenti a prendersi le coltellate in strada). Il tristemente famoso “blocco nero” e’ una vita che viene usato come spauracchio in tutte le manifestazioni, per poi arrestare sempre qualche sfigato che magari c’entrava poco. In altre nazioni viene usata per esempio la vernice che viene sparata su chi da segni di comportamenti violenti durante la manifestazione, in modo che l’ identificazione sia facile ed immediata.

        Una cosa che mi sono sempre chiesto e’ come mai non ci siano “ultras” negli US…

        Grazie per la segnalazione su ebook (mi ostinavo a cercarlo sul kindle store…).

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