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Laurea, again

Abbiamo parlato qualche settimana fa della consultazione pubblica varata dal governo circa il valore legale della laurea. I risultati definitivi non sono ancora noti (la consultazione si è conclusa ieri), ma il Corriere riportava i dati parziali a un paio di giorni dalla chiusura. Le percentuali di chi ritiene che un determinato titolo di studio sia necessario per svolgere una professione sono riportate nella figura sotto, divise per regioni. La stragrande maggioranza dei rispondenti ritiene che questo sia giusto, con differenze geografiche non da poco. Indovinate un po’ quale regione è meno sfavorevole a slegare le professioni, almeno alcune, dal titolo di studio? No, non è tra quelle che avete studiato a scuola.

Risultati preliminari della consultazione pubblica sul valore legale della laurea.

Risultati preliminari della consultazione pubblica sul valore legale della laurea. Clicca per ingrandire.

Come avevo anticipato, ho risponsto ai quesiti, sebbene senza il tempo che avrei voluto dedicare all’approfondimento. Alcune domande, poste in maniera molto diretta, mi hanno fatto interrogare su alcune mie convinzioni in maniera più approfondita. Riporto un paio di punti qui sotto.

  • Per alcune professioni (come il medico o l’avvocato) non credo ci siano percorsi professionali diversi da quello standard. Non a caso esiste, che io sappia, una sola laurea in medicina e una sola in giurisprudenza. Non mi sembra assurdo quindi prevedere che il medico debba essere laureato in medicina (sebbene sulla qualità della formazione si potrebbe parlare a lungo).
  • Mi sono laureato in una università che concedeva la lode al 70% dei propri laureati, al punto che diventava penalizzante non averla. Immagino che chi invece ha studiato in altri atenei dove la lode non sia così assurdamente diffusa abbia buone ragioni per lamentarsi. Eppure non vedo un modo semplice per pesare i titoli di diversi atenei in modo diverso. Chi dovrebbe occuparsene? Con quali criteri? Chi li stabilisce?
  • Quando devo scrivere una lettera di motivazione per presentare il mio curriculum, una delle note su cui insisto di più è l’interdisciplinarità. Tra la laurea, il dottorato e quello che è venuto dopo mi sono occupato di cose diverse, lavorando con persone di formazione totalmente diversa, e di fisica non ne faccio più da anni. Essere ancora inserito in una casella che dipende dalla mia “classe di laurea” è ridicolo, oltre che frustrante. Faccio un esempio, forse estremo, forse no. So di un concorso per ingegnere delle telecomunicazioni cui, per il giochino delle classi di laurea, potevano partecipare laureati in ingegneria delle telecomunicazioni, ma non in ingegneria elettronica con indirizzo telecomunicazioni. In compenso, potevano partecipare laureati in ingegneria della sicurezza (sic). Ditemi voi se non è assurdo questo.
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2 thoughts on “Laurea, again

  1. Delineare un percorso di studi prestabilito per ottenere l’abilitazione ad una professione ben definita o semplicemente essere idonei alla partecipazione ad un concorso specifico per entrarvi a far parte la ritengo una necessità per il mantenimento di una stabilità strutturale della distribuzione dei ruoli in una società. Tuttavia ritengo anch’io che finché i criteri saranno decisi dall’alto in modo rigido e decontestualizzato si presenteranno sempre paradossi che oltre a non massimizzare l’efficienza della struttura sociale mortificano le potenzialità espressive e creative dei suoi partecipanti. L’ideale sarebbe aprirsi ad una doppia opzione: da un lato aprirsi ad una “autodidattica guidata” che ci diversifichi in modo più completo lasciando aprire al mondo del lavoro tutta la nostra complessità espressiva, dall’altro avere una “autoregolamentazione” che consenta di gestire l’autodidattica e i criteri di valutazione per ottenere da essa nuove professioni. Ritengo infatti che quando una categoria professionale si popoli eccessivamente c’è solo un motivo: la società non ha consentito ai membri che la popolano di esprimere la propria personalità appieno, imponendo percorsi rigidi in tempi rigidi. Questo crea fenomeni di creatività soppressa a livello individuale e ipoattività o addirittura disoccupazione all’interno di tali categorie indebolendo così la struttura sociale fino a renderla vulnerabile ai periodi di crisi economica.

  2. Ragionando terra terra, il problema che vedo io tra i geologi è la tipologia del percorso formativo. Molti dei ragazzi che vedo laureare adesso non hanno alcuna possibilità di iscriversi all’albo professionale: hanno seguito percorsi formativi incentrati sulla petrografia o sulla paleontologia, e magari non sanno da che parte girare una analisi della stabilità di una opera di fondazione.

    Il nocciolo della vicenda è il rapporto con la professione: se tanti italiani dubitano della validità dei titoli, è perché abbiamo insistito in maniera eccessiva a sponsorizzare corsi che non preparano al relativo mestiere. Troppe divagazioni. Basterebbe mettere mano a questa cosa per risolvere metà del problema.

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