germania/scienza

Vertigoblu

Qualche anno fa lessi una cosa che mi colpì, raccontata da un ricercatore di un istituto di ricerca contro il cancro. Un giorno, alla fine del suo orario di lavoro, forse un venerdì, sta andando via. Pur non indossando il camice, grazie a un badge o altro, ora non ricordo, viene riconosciuto come ricercatore da una persona che entra nello stesso ascensore. Questa persona è un ammalato o più probabilmente un familiare, e si rivolge bruscamente a lui dicendogli più o meno “Come fai ad andare a casa sentendoti a posto con la coscienza quando sai che le persone muoiono e col tuo lavoro potresti salvarle? Dovresti rimanere qui giorno e notte a lavorare fino a quando non troverai una cura!”. A quanto ricordo, intervengono a quel punto altre persone presenti a dire, forse sorprendentemente, che anche i ricercatori hanno diritto a una loro vita, una famiglia e così via.

A questo episodio penso sempre quando qualcuno sostiene che seguire il principio X, sebbene non sia sbagliato di per sé, sia un po’ ipocrita in quanto il principio Y viene prima, è più importante. Chiaro che se per portare un tizio che sta morendo in ospedale passi col rosso non è grave. Ma non è mica sempre così semplice stabilire la gerarchia!

Non mi occupo dello sviluppo di vaccini che salverebbero milioni di vite, ma, in linea molto teorica, anche dalla mia ricerca potrebbe discendere la cura per qualcuno. Eppure io ho un orario, seppur flessibile, delle ferie, dei congedi di altro tipo etc. etc. Insomma ho un lavoro, che si svolge dal mattino alla sera e si ferma nei giorni di festa. E riflettendo su questo, con una buona dose di orrore, mi è venuta in mente la pagina che riporto sotto, tratta da “A voce alta (The reader)” di Bernhard Schlink (parte seconda, capitolo 14).

Decisi di partire. Se dall’oggi al domani fossi potuto andare ad Auschwitz, l’avrei fatto. Ma per avere il visto ci volevano settimane. Perciò andai allo Struthof in Alsazia. Era il campo di concentramento più vicino. Non ne avevo mai visto uno. Volevo spazzar via i clichés con la realtà.

Feci l’autostop e mi ricordo di aver viaggiato in un camion dove il conducente si scolava un bottiglia di birra dopo l’altra, e rammento anche un autista in Mercedes che guidava coi guanti bianchi. Dopo Strasburgo avevo avuto fortuna: la macchina andava a Schirmeck, una cittadina non lontana dallo Struthof.

Quando dissi all’autista dove stavo andando esattamente, tacque di colpo. Guardai verso di lui, ma non riuscii a leggere sul suo volto per quale ragione si era d’un tratto ammutolito nel bel mezzo di un’animata conversazione. Era un uomo di mezza età, aveva un viso scarno, una voglia o una bruciatura rossocupa sulla tempia destra e capelli neri spioventi, accuratamente pettinati con la riga in mezzo. Guardava concentrato la strada.

Davanti a noi i Vosgi si stendevano già a colline. Attraversammo dei vigneti in una valle che si apriva ampia e saliva dolcemente. A destra e a sinistra un bosco misto risaliva i pendii, poi una cava, una fabbrica in mattoni col tetto a shed, una vecchia casa di cura, una grande villa con tante torrette tra alberi alti. Ora a destra, ora a sinistra ci accompagnava una linea ferroviaria.

Poi riprese a parlare. Mi chiese perché andavo a visitare lo Struthof, e io gli dissi del processo e del mio bisogno di vedere dal vero.

«Ah, lei vuol capire perché gli uomini possono fare delle cose tanto tremende». Era un po’ ironico il tono. Ma forse erano soltanto le sfumature dialettali della voce e della lingua. Prima ancora che potessi rispondere, continuò: «Ma cosa vuol capire veramente? Che si uccide per passione, per amore o per odio oppure per onore o per vendetta, mi capisce?».

Annuii.

«E lei capisce anche che si uccide per diventare ricchi o potenti? Che si uccide in guerra o durante una rivoluzione?».

Annuii ancora. «Ma…».

«Ma quelli che son stati ammazzati non avevano fatto niente a quelli che li hanno ammazzati: è questo che vuol dire? Vuol forse dire che non esistono motivi né guerre per odiare?».

Non intendevo più annuire. Quel che diceva andava bene, ma non andava il modo in cui lo diceva.

«Ha ragione, non esistono guerre né motivi per odiare. Ma anche il boia non odia quello che sta giustiziando, eppure lo giustizia. Perché glielo hanno ordinato? Lei pensa che lo faccia perché glielo hanno ordinato? E lei pensa che adesso io le parli di ordini e obbedienza e del fatto che le guardie dei Lager ricevevano degli ordini e dovevano obbedire?». Si mise a ridere sprezzante. «No, io non parlo di ordini e obbedienza. Il boia non esegue degli ordini. Lui fa solo il suo lavoro, non odia quelli che giustizia, non si vendica su di loro, non li ammazza perché gli sono d’intralcio o lo minacciano o l’aggrediscono. Loro gli sono del tutto indifferenti. Gli sono talmente indifferenti
che potrebbe ucciderli come non ucciderli».

Mi guardò. «Nessun “ma”? Su, lo dica che un uomo non può essere talmente indifferente a un altro. Non glielo hanno insegnato? La solidarietà con tutto quanto ha un volto umano? La dignità dell’uomo? Il profondo rispetto per la vita?».

Ero indignato e impotente. Cercavo una parola, una frase che potesse scancellare quel che aveva detto e gli tappasse la bocca.

«Una volta», continuò, «ho visto la fotografia di una fucilazione di ebrei in Russia. Gli ebrei stanno aspettando nudi in lunga fila, alcuni sono sull’orlo di una fossa, e alle loro spalle ci sono dei soldati coi fucili che gli sparano nella nuca. La scena si svolge in una cava, e al di sopra degli ebrei e dei soldati, seduto in cima a un muro, c’è un ufficiale con le gambe ciondoloni che si fuma una sigaretta. Ha l’aria un po’seccata. Forse gli pare che non si proceda abbastanza in fretta. Ma sul suo viso c’è un che di contento, anzi, di soddisfatto, forse perché la giornata di lavoro sta pur sempre finendo e presto sarà sera. Lui non odia gli ebrei. Lui non è…».

«Era lei? Era lei che stava seduto su quel muro e…».

Fermò la macchina. Era sbiancato, e il marchio sulla tempia sfolgorava. «Fuori!».

Scesi dalla macchina. E lui sterzò così di brutto che dovetti fare un salto. Lo sentii sgommare anche qualche curva più in là. Poi silenzio.

Salii su per la strada. Non un’auto che mi superasse, non una che mi venisse incontro. Sentivo gli uccelli, il vento tra gli alberi, a tratti il mormorìo di un ruscello. Respiravo libero. Dopo un quarto d’ora ero al campo di concentramento.

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