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Il fascino discreto del precariato

Ritorno dopo un lunghissimo periodo di assenza da questo blog e mi cimento subito con un argomento difficile: il precariato.

Antefatto. Gironzolavo su facebook l’altra sera e uno dei miei amici (che chiamerò MB) aveva pubblicato il suo CV per le parlamentarie del Movimento 5 stelle che chiudeva così:” Dal 2010, lavoro come ricercatore precario presso l’istituto XXXX del centro di ricerca YYYY. ” È seguito poi questo scambio di commenti:

  • ARP: “Ricercatore precario? Ma non stavi facendo un dottorato?”
  • MB: “Un dottorato è un ricercatore precario!”
  •  ARP: “mmmmm….mica mi hai convinto… te sei giocato la carta intenerisci l’elettore”
  • MB:”Io sono abbastanza convinto di aver fatto ricerca e di avere un contratto a termine…”
  • ARP: “non lo metto in dubbio, Ma stai facendo un percorso di studi che ovviamente ha un termine. Questo non fa di te un precario! Tutte le scuole finiscono (fortunatamente)! Se stavi al liceo che scrivevi? Liceale precario?”
  •  MB: “Io ho lavorato normalmente come ricercatore, seguito progetti, rispettato scadenze. Poi ho dovuto anche seguire dei corsi di dottorato. Con 5 giorni all’anno di permessi…vedi tu se è paragonabile al liceo… “

Sì, ammetto che sono stato cattivo, probabilmente non era né il momento né il luogo per questo tipo di commenti. Non voglio neanche mettere in dubbio che MB   si sia “fatto il mazzo” (come dicono a Oxford). Il problema però rimane: chi ha il “diritto” di definirsi precario? Una persona che sta completando un percorso formativo che sia un master o un dottorato non può definirsi un precario visto che i percorsi di studi hanno normalmente un termine  (Il fatto di dover rispettare scadenze e portare avanti progetti penso che faccia comunque parte della faccenda). Detto ciò: chi è veramente precario? Il fatto di avere un contratto che finisce rende automaticamente precari?  Mi butto e lo dico: secondo me no. Innanzitutto dipende dalla durata. Un contratto di 3 anni permette comunque di avere abbastanza tempo per sviluppare un progetto e tipicamente trovarsi un altro lavoro. Se poi il contratto prevede contributi INPS (la pensione per capirci) e un assegno di disoccupazione (tutti “benefit” previsti dal  contratto dell’istituto dove lavora MB ) direi che anche se si ha garantito il lavoro solo per 3 anni, una volta finito non è che si sta proprio in mezzo ad una strada.

Riflettendoci. Perché ho commentato tanto aspramente il post del mio amico MB? Forse perché pensavo ad S., tecnico di laboratorio nell’azienda dove lavoro adesso. Contratto interinale di sei mesi, rinnovo solo se il capo del laboratorio riesce a convincere l’ufficio del personale di aver bisogno di una persona in più. Niente ferie. Niente contributi. Niente assegno di disoccupazione.

Insomma, il termine precario lasciamolo usare a chi un lavoro precario lo ha veramente.

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3 thoughts on “Il fascino discreto del precariato

  1. Molto d’accordo. Aggiungo che io le scadenze le avevo anche alle elementari: i compiti per il giorno dopo. Il progetto “recita di Natale” dell’asilo invece non lo ricordo, però ci sono foto che testimoniano.

  2. Sottoscrivo in pieno. Nel mondo delle ricerca in Italia ci sono delle parole chiave da usare, “precario”, “cervello in fuga”, “cervello rientrato”. Sono l’ altra faccia di un sistema di ricerca che non funziona al meglio e che vede in fondo nella staticita’ del posto fisso una cosa positiva di per se.
    Se uno va all’ estero per sei mesi diventa un cervello in fuga, un talento sprecato per la nazione.
    La realta’ dei precari dell’ universita’ e’ spesso molto statica, al contrario del mondo del lavoro dove realmente un precario cambia azienda ogni sei mesi.
    Sarebbe interessante sapere quanti precari realmente cambiano gruppo di ricerca ogni sei mesi o si spostanto da una universita’ ad un’ altra.
    Il sistema Italiano, fino dagli albori, si e’ sempre basato su una idea di sudditanza: si rimane nel grupo per la tesi, il dottorato, l’ assegno di ricerca e si aspetta. Si lavora pure gratis per mesi (a volte per sacrosante ragioni personali). Il concetto di “precariato” ha dato solo una veste ideologica ad una situazione storica che non ha niente a vedere con le vere dinamiche del lavoro odierne

  3. Pingback: Opportunità | Timavo

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